Resoconto del convegno: « L’inatteso nella creazione letteraria e artistica, alla luce della « primavera araba ».

Questo è il resoconto degli interventi di Sara Girra, Jacqueline Jondot, Gleya Maatallah, Meriem Bousselmi e Meriem Guellouz del convegno: “L’inatteso nella creazione letteraria e artistica, alla luce della ‘primavera araba’” organizzato dall’associazione Passages XX-XXI dell’Università Lumière Lyon 2.
A cura di Eva Francescuto.

I modi espressivi inattesi

Il 17 dicembre 2010, dopo che le autorità gli hanno sottratto ancora una volta il suo strumento di lavoro, un giovane venditore ambulante di nome Mohamed Bouazizi s’immola nelle vie di Sidi Bouzid, in Tunisia. Quest’atto disperato sarà l’inizio di tutta una serie di rivolte contro il governo di Ben Ali, insediato da ventitré anni nel paese. La rivoluzione tunisina, oltre a marcare la fine del governo di Ben Ali – che fugge in Arabia Saudita il 14 gennaio 2011 – diventa un modello per tanti altri paesi arabi che decidono a loro volta di ribellarsi contro i loro governi autoritari.

Quest’ondata di rivolte, che prende il nome di “Primavera araba”, è anche all’origine di nuovi modi espressivi. In effetti, numerosi artisti decidono di riappropriarsi, per mezzo di graffiti engagés, dello spazio pubblico per troppo tempo controllato dal governo. Il culto della personalità e la propaganda sono da quel momento soppiantati da graffiti eloquenti. Non sorprende notare l’onnipresenza degli slogan, se si pensa che questo termine deriva dal gaelico, e significa « grido di guerra ». Il popolo in rivolta crea delle frasi forti e concise che colpiscono profondamente chi le osserva.

 Graffitisti e graffiti, un nuovo modo espressivo

Durante la “Primavera araba” si assiste alla nascita di gruppi di graffitisti, spesso artisti provenienti, tra le altre, dall’accademia delle Belle Arti che, spinti dal desiderio di esprimersi e di gridare la propria rabbia e opposizione al regime, cominciano a scrivere e disegnare sui muri, fino a quel momento di proprietà del governo. Questi graffiti diventano un mezzo per affermare la propria cittadinanza, per trasmettere un messaggio a tutti. Paradossalmente, se i graffitisti sono indignati dalla propaganda e dall’aggressività di cui fanno prova gli slogan del loro governo, loro stessi impongono il proprio messaggio agli occhi di tutti i cittadini, compresi coloro che non partecipano alle rivolte e che di conseguenza considerano la street art un atto di vandalismo.

All’inizio i graffiti compaiono in alcuni luoghi carichi di significato simbolico, come i commissariati o le strade in cui hanno avuto luogo degli eventi significativi per la rivoluzione. La voglia di ribellarsi contro l’ordine costituito predomina in questi atti, ma le autorità cancellano rapidamente questi segni di rivolta. É a seguito di queste cancellazioni che comincia a farsi strada l’idea che i graffiti siano un patrimonio comune della popolazione, alcuni artisti finiscono dunque per riprodurre in altri luoghi, a memoria, i graffiti cancellati dalle autorità, in modo da poter conservare questo patrimonio.Questa è un’idea fondamentale, e i graffitisti sono ben coscienti di partecipare alla Storia dei loro paesi, e che i loro testi e i loro disegni facciano ormai parte di una cultura condivisa. Il fatto stesso di rendere le loro opere accessibili a tutti dimostra una grande volontà di democratizzare la cultura. In quest’ottica, non sorprende dunque vedere come numerosi graffitisti ripropongano alcuni ritratti degli eroi nazionali in modo da spingere il popolo a prenderli come esempio e ad unirsi alla rivolta per far cadere i governi.

Poco a poco, i graffiti invadono le strade prendendo diverse forme. All’inizio i muri si coprono soprattutto di slogan brevi e diretti, poi i disegni diventano sempre più numerosi: rivendicazione sociale, femminismo e tolleranza religiosa sono i diversi temi che dimostrano fino a che punto il popolo reclami, finalmente, il cambiamento.

Slogan e graffiti in Tunisia e in Egitto, dal 2010 al 2013

 I graffiti cominciano ad apparire all’inizio delle rivolte e prendono, col passare dei giorni, proporzioni sempre maggiori. Nelle strade del Cairo, ad esempio, alcuni testi scritti all’inizio della rivoluzione, come “NEW EGYPT = 7000 years+youth”, o il famoso “ACAB” (All cops are bastards), lasciano progressivamente spazio a dei disegni e, alcune volte, a veri e propri affreschi, come quello dell’Avenue Mohamed Mahmoud.

In questo viale, infatti, i graffitisti hanno ripreso i motivi e le forme tipiche dell’Antico Egitto (come l’affresco delle donne piangenti) e li hanno riadattati per rappresentarvi le madri dei martiri della rivoluzione: patrimonio culturale, storia e attualità sono dunque strettamente legati. Si nota anche un’evoluzione in questi graffiti: all’inizio della Rivoluzione i corpi rappresentati erano essenzialmente quelli delle vittime (insanguinati, con gli occhi bendati), ma essi acquisiscono, col passare del tempo, un altro valore simbolico. La mano di Fatima diventa un pugno, simbolo di violenza e azione: il popolo, stanco di subire, decide di agire per il proprio paese. Il desiderio di unità nazionale è lampante.

Anche gli slogan evolvono. Tra questi, il più conosciuto è sicuramente “Dégage” (vattene). Un’unica parola che dimostra da sola il desiderio di un popolo stremato da anni di governo autoritario che, tra minacce e promesse, non effettua alcun cambiamento. Altri slogan come “Non toccare la mia bandiera” o “Non c’è lealtà se non verso la Tunisia” hanno un significato ancora più politico. I tunisini, infatti, non vogliono solamente cacciare Ben Ali, ma chiedono al popolo intero di proteggere i simboli della Repubblica, da troppo tempo umiliata. Ma si assiste anche a una guerra degli slogan. Alcune parole vengono cancellate per poi essere sostituite: è il caso degli slogan qui citati, nei quali la parola “Tunisia” è stata poi sostituita da “Allah”.

Una nuova lingua?

È interessante vedere che gli slogan mescolano arabo, francese e inglese. L’inglese, lingua conosciuta più o meno ovunque, permette di rendere visibili le rivendicazioni del popolo alla maggior parte delle persone, ma è utilizzato anche nel momento in cui il popolo riprende degli slogan creati durante altre rivolte del passato, che hanno avuto luogo in paesi anglofoni. È invece più sorprendente l’uso del francese –  lingua di colonizzazione e simbolo dell’invasore –, soprattutto all’interno degli slogan tunisini.

Le parole scritte in francese hanno certamente una traduzione in arabo: lasciarle in francese permette di superare l’assoggettamento del passato e segnalare, allo stesso tempo, l’appropriazione fatta dagli arabofoni del lessico degli invasori. Si vedono apparire, per esempio, termini come “laiqui”, “liberali” e “francouphouni”: la radice latina viene conservata ma la parola arabizzata. Vengono addirittura creati nuovi termini. È il caso del verbo “trabelsier”, che significa rubare grosse somme di denaro, creato a partire dalla radice del cognome della famiglia della moglie di Ben Ali: “Trabelsi”.

La “Primavera araba” ha anche visto la nascita dell’“arabizi”: una lingua scritta che mescola l’arabo, le lettere dell’alfabeto latino e i numeri. Alcuni la vedono come una minaccia per la lingua araba, per altri invece si tratta solo di una moda che rende la lingua più facile da scrivere. Non è passato ancora abbastanza tempo dalla nascita di questo fenomeno per poter giudicare l’impatto reale che avrà questo nuovo modo di scrivere, ma esso rimane sintomatico di una società in pieno stravolgimento.

In conclusione, i graffiti e gli slogan, oltre a tradurre la rivolta di un popolo, riprendono la cultura e il patrimonio comune e se ne appropriano con lo scopo di segnare a loro volta la Storia. I più anziani, la maggior parte delle volte, sono fieri di vedere che le nuove generazioni stanno riuscendo là dove loro avevano fallito. Anche all’inizio del XX secolo vi erano state delle rivolte, talmente simili a quelle del 2011 che i giovani riprendono, adattandole, alcune frasi celebri come quella detta da Mustafa Kamel nel 1907: “Adesso, se non fossi egiziano, vorrei essere egiziano”.

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